Filed under: buzz marketing, storytelling, transmedia, Uncategorized | Tag: buzz marketing, fandango, lost, sandro veronesi, storytelling, transmedia, xy
Creare un mondo per creare l’attesa e fare parlare del creare un mondo per creare l’attesa.
Come al solito è cominciato tutto con LOST. O magari no ma a piace pensarla così. Raccontare una storia aperta è la cifra stilistica di JJ Abrams, autore anche di Cloverfield che venne lanciato in modo simile al libro di Veronesi. Ma oltre alla costruzione del racconto è naturalmente tutta la macchina dei collaterali, dei virali, dei siti fake, della Hanso Foundation, della Dharma, del wiki della Valenzetti Equation, poi gli AGR, la Lost Experience, e tutto il resto del Worldbuilding ad aver fissato il default del transmedia storytelling. Oggi esce nelle librerie l’ultimo libro di Sandro Veronesi anche se online è cominciato all’inizio di luglio su un sito fatto bene, su facebook su twitter su youtube, su soundcloud insomma in giro. Il Mystery Box messo in piedi dai ragazzi della Fandango parte dal logo stesso scelto per questo prodotto editoriale e si disperde per il mondo in un seeding di indizi, parole, immagini, video, citazioni, promozioni, esaltazioni, psicosi. Un crescendo straniante per alimentare l’aspettativa nel lettore. A detta degli ideatori, interni alla Fandango stessa, questo approccio aperto e multimediale è destinato a continuare anche dopo l’uscita per fare del libro di Veronesi il primo progetto editoriale transmediale italiano: una storia multimediale in continuo mutamento, multicanale, profonda, sinergica, ippereale, estesa, multidimesionale e totalizzante. Fantastico! ma posto che la campagna di comunicazione ha in realtà avuto poco effetto di engaging vero e proprio con i suoi “soli” 5000 likers e 120 followers ma di contro ha il grande pregio di avere scatenato un incredibile effetto buzz in giro per la rete e anche sui media tradizionali. Ora quello che mi domando io è: perchè invece di darmi un input in + proprio oggi che lo posso prendere in mano sto benedetto libro, perchè invece di darmi una leggera spinta per farmi perdere l’equilibrio e precipitare in questa realtà alternativa ricca di significati e teorie che ho costruito in questo periodo, perchè invece di immergermi ulteriormente in questo liquido universo di significati, perchè invece di avvolgermi nella trama e nell’ordito di sta storia/mondo, la prima cosa che fate appena è uscito il libro è spammarmi la nuova applicazione di Caos Calmo per ipad a 4,99 in app store!?!?^?!

Filed under: buzz marketing, UNBRAND, Uncategorized | Tag: 33, chile, luxottica, miners, oakley
1 miGliardo di persone ha visto in diretta tv il trionfo di emozioni cileno e del genio che ha pensato di mandare 33 paia di Oakley in una buca. Una buca che è diventata il luogo di un evento collettivo live di shock ansia speranza gioia. Copertura media mai vista. Storia di miracolati. Storia live. Storia di persone disperate sepolte vive e della mobilitazione internazionale. La macchina della solidarietà che riesce a strappare dall inferno 33 uomini con gli occhiali. E adesso di interviste, rivelazioni, retroscena e storie personali. Racconti epici. Nuova vita con nuovi occhiali. Storytelling e empatia. E occhiali fantastici. È come se la Luxottica avesse comprato tutti gli spazi pubblicitari durante un superball dei buoni sentimenti. E il superball durasse 1 mese. E sopratutto fosse uno sport di cui davvero interessa qualcosa alla gente in giro per il mondo.


L’altra sera sono entrato in una casa in cui guardavano la Ryder Cup in 3D. Tutti agghindati. Immersi. Entusiasti. Davanti a questa nuovissima lama piatta a 50 pollici che spara finzione costosissima. “hai visto il mio nuovo TV?”. Non più la TV. Ma il TV. Maschile singolare. Virile maniacale. E’ interessante notare tutto sto pullulare di device immersivi che riprendono gli aggeggi dalla Realtà virtuale anni 90. Rivisitati ma riproposti con successo la maschera soppiantata dagli occhiali 3d, i guanti soppiantati da wiimote etc, la cybertuta per il sesso virtuale del tagliaerbe soppiantata dai dildo usb. McLuhan diceva che le tecnologie sono estensione o amputazione del nostro corpo. Per me non è che Internet ci rende stupidi. E’ la tv che ci rende deficenti.
Filed under: facebook, jedi, lost, Uncategorized | Tag: DE KERCKHOVE, facebook, Granovetter, LA FIDUCIA ELETTRONICA, lost, MEET THE MEDIA GURU, opera aperta, PUNTO D'ESSERE, Sherry Turkle
L’incontro al meet the media guru con DE KERCKHOVE +
LOST FINALE +
FACEBOOK LIKE suggestions
IL DISCORSO INTERPERSONALE
Oltre al fatto che lost sia la migliore serie Tv della storia, è la prima serie Tv 2.0.
A questo proposito ottime riflessioni su touchet.splinder.com e su nextmedia and society .org. Milioni di blogger per sei anni hanno creato e alimentato la storia. La vera storia. Si perchè quella narrata è un opera aperta come direbbe Eco, un insieme di suggestioni che devono essere fatte proprie dal lettore che le interpreta e ricostruisce sulla base della sua cultura, del suo vissuto. Per sei anni perfetti sconosciuti riuniti nella passione per una storia informavano gli altri, In-formare nel senso di dare forma a questa storia, renderla maneggiabile. Le persone si lasciavano suggestionare e poi inferivano costruendo il vero senso di lost. Una storia che diventa un discorso interpersonale. Una storia che diventa collettiva ( emozione -TV) e connettiva (cognizione – rete).
ORALITA’ SCRITTA
E’ a questo punto che salta fuori il discepolo di McLuhan. Ho cominciato ad ascoltare Derrick obi wan de Kerckhove al MTMG venerdi ho finito lunedi sera in video. L’aspetto più importante della conferenza secondo me riguarda il passagio dal punto di vista -il personaggio, la focalizzazione della narrazione- al punto di essere-la focalizzazione è dentro di noi perchè la storia siamo noi. Viviamo immersi nella storia dell’umanità raccontata e publicata. La rete (computer+telefono) fa nascere una nuova società quella dell’oralità scritta. Per la prima volta nella storia del mondo disponiamo di uno strumento che nello stesso tempo sviluppa la personalità del singolo e la sua socializzazione, sviluppa il privato ed il pubblico, l’oralità e l’archivio della memoria, il singolo e il molteplice. “La cultura orale aveva responsabilità verso il clan la famiglia il pubblico la comunità, aveva la vergona come responso della responsabilità dell’oggetto pertinente. La cultura privata della scrittura appropria la vergona e la trasforma con responsabilità verso di se. La colpevolezza che era eliminata nel nostro essere da Freud puntando il dito sulle origini della responsabilità. Ora ritorna. Passando dalla vergona alla colpevolezza. La responsabilità sociale è ciò verso cui stiamo andando incontro, una responsabilità condivisa che ogni giorno con le nostre conversazioni in rete oggettiviamo” Queste le sue parole il 21/5/20010. Avevo proposto delle domande da fargli me le hanno riportate emtrambe. Ringrazio Alberto D’Ottavi e Maria Grazia Mattei. Anche se l’articolazione precisa del quesito era questa:
Nel 2004 agli webdays a Torino parlando del 2.0 De Kerckhove disse che erano un fenomeno che stava favorendo la creazione di una nuova fiducia elettronica tra le persone in rete. Nel 2004 cerano i blog, wikipedia e secondlife, non cerano YOUTUBE, MYSPACE, FACEBOOK, TWITTER, NO SOCIAL NETWORKS. In 6 anni le persone in rete sono cambiate. Prima erano nickname/avatar/doppi di noi stessi, una situazione di semianonimato che se da una parte faceva venire meno responsabilità, dall’altra toglieva inibizioni e ci consentiva di esprimere liberamente il nostro io. Ora siamo sempre più noi stessi, nome cognome data di nascita residenza istruzione, il “mondo off line caricato on line” in cui aumenta sicuramente il grado di responsabiltà ma inibisce la libertà di espressione. E’ possibile che aumentando la responsabilità venga meno la fiducia? La fiducia è una congiuntura? Un momento storico nel quale abbiamo ridefinito il concetto di comunicazione (cristallizzata in comunicazione di massa), e nel quale ci siamo trovati davanti ad un nuovo soggetto, un soggetto che non sta in alto su un antenna ma sta alla nostra altezza, dall’altra parte del monitor e a cui possiamo rispondere?
EMPATIA IN RETE
Sherry Turkle ha sempre parlato di un “virtual second self” ora invece “this metaphor doesn’t go far enough. Our new online intimacies create a world in which it makes sense to speak of a new state of the self, itself”. Siamo sempre più noi, sempre più responsabili delle nostre azioni in rete questo vuol dire essere meno sinceri? “L’anonimato del sè puo ridurre il senso di responsabilità e deferenza verso gli altri e l’ansia da valutazione, cioè la preoccupazione di non essere giudicati positivamente. Ciò consente un sostanziale abbassamento delle difese inibitorie e facilita l’espressione pulsionale, esattamente come la classica situazione analitica freudiana. Sicuri di non essere riconosciuti, le persone si sentono meno inibite nel manifestare i propri pensieri e desideri e nell’esprimere l’autentico Sè senza dover cedere a comportamenti conformistici. Risulta chiaro lo stretto legame esistente tra indentità virtuale e identità personale e sarebbe un grosso errore considerare la prima solo una finzione e soltanto la seconda reale. Potremmo dire che reale è solo ciò che trasfigura, che toglie i veli della finzione per attingere all’essenziale, al vero e in questo senso l’identità virtuale è più vera di quella reale.”
Penso che la prima fiducia elettronica fosse inspirata da un meccanismo piscologico molto semplice, il riconoscimento.
Io mi fido del perfetto sconosciuto dall’altra parte del monitor perchè non essendo nessuno poteva essere chiunque, non essendo taggato con la realtà, mi era più facile riconoscermi in lui. La fiducia è come ha ribadito De Kerckhove una delle cose più importanti su internet. Questo “social-trasferimento di fiducia” è in sempre maggiore crescita come rileva questa rilevazione sulla famiglia italiana non + cosi recente ma molto significativa.
Le persone leggono, consultano e si confrontano con le altre persone in “momenti di vita” particolari, per risolvere problemi “just in time”, oppure semplicemente per condividere le proprie esperienze. C’è sempre più interesse per le storie di vita, per aneddotica, episodi, situazioni di vita vissuta in cui immedesimarsi e assumere sentimenti e sofferenze come se fossero i propri. Si va alla ricerca dell’empatia in rete, un empatia di gruppo, di community relata ad interessi o passioni particolari (attesa per l’ultimo prodotto apple) oppure legati a momenti di vita neomamme.net.
Questa “ermenetutica digitale” questa esperienza vissuta vicariamente, mediata dal racconto/dialogo digitale di altri come noi ma assunta come pezzo del nostro racconto personale è il motore del trust.
IL MIO VICINO DI CASA
Non ci vado molto d’accordo. Eppure è mio amico su FB. E’ interessante notare come i dati condivisi in FB favoriscano clustering su base geografica. Siamo sempre più “noi” anche online, sempre più loggati e scambiamo sempre più dati dal carattere informazionele rispetto a quello espressivo. Dalla conferenza di Facebook f8 ho cominciato a chiedermi se i like fossero una buona cosa o no. Ora che il linguaggio del cazzeggio del mi piace è uscito dall pagina blu e si è sparso nel web questi like hanno un reale significato e un effettiva efficacia? Che peso specifico ha un mi piace? E poi un prodotto molto likeato dai miei amici ha un plus determinante di trust, ha un buon impatto sulle mie scelte? Io voglio veramente il paio di pantaloni del mio vicino di casa? Non era nella rete che volevo ricercare e costruire assieme ai miei gruppi di riferimiento la mia coscienza e unicità? Facebook non mi riporta forse alla rete sociale del paese/quartiere che fuggiamo quando siamo in linea? La vera portata rivoluzionaria della rete non era l’esplosione delle possibilità del mondo e la scoperta di chi è come noi? Amici o amici di amici che mi consigliano merci con un like. Conoscenti che rendono visibili le loro preferenze. E allora? Se penso a Granovetter e la forza dei legami deboli dico si ok i cluster altamente connessi e i piccoli ma fondamentali ponti di collegamento che permettono lo scambio e la comunicazione ma la fiducia dipende molto dal fattore ambientale. L’ambiente Facebook sparso per il web grazie all’opengraph è un ambiente comunicativo troppo provvisorio, effimero, generalista e cazzeggiante e inoltre la qualità delle info delle conversazioni e quindi la fiducia, diminuisce con l’aumentare delle dimensioni dei gruppo che prendiamo come riferimento. Penso che però il vero problema sia la percezione di fiducia della della fonte di questi like: il tentativo di Facebook di mappare il web non come collegamento di documenti ma come collegamento di persone. Come fidarci dei like di facebook se proprio facebook fa di tutto per non farci fidare di lui?

L’amico che mi ha scattato sta foto fa lo scienziato cognitivista a Sydney. A metà giugno ci troviamo a Barcellona. Quest’anno non ho passato in rassegna la lineup, non ho guardato il programma del sonarmatica o spulciato l’elenco del sonarcinema. Ho preso i biglietti e basta. Non voglio sapere niente, alla fine il sonar è uno di quelle cose che ti sorprende sempre, perchè è un collettore festoso di un sacco di cose fighe. Il tema di quest’anno non lo so. Quello che so è che troverò amici, ispirazioni, divertimento, riflessione e spero sole. Programmazione/controprogrammazione cultura/controcultura festa/delirio, per me resta uno degli eventi insieme al transmediale in cui si respira il presentefuturo lo Zeitgeist dell’innovazione che si posiziona proprio tra pazzia e genialità, passando da conferenze, a installazioni, attraverso l’interaction design, e attravreso un branco di fottuti che ballano nelle sale del MACBA. Nel 2008 cera gente cha ballava di fronte alla proiezione di un documentario, gente che si dimenava davanti alla demo del sintetizzatore più figo della storia il reactable
prima ancora avventori scatenati a cospetto di installazioni magiche come The Beijing Accelerator o la lampadina fluttuante di Nicola Tesla bea.st
Gente impazzita che vede cose straordinarie in un contesto straordinario in uno stato psico fico sicuramente straordinario.



























